La moda tra identità, espressione e responsabilità: BENNU incontra Luce.


Ripartire con calma.

Sento il mondo respirare a fatica, ed io con lui.
Quando ho scoperto la vera faccia del riscaldamento globale avevo diciotto anni. Non intendo dire che nessuno mi avesse mai spiegato cosa fosse, ma non ne avevo mai capito le reali conseguenze, le sue cause, ma soprattutto, non avevo mai capito l’urgenza di un cambiamento. Oltre a questo, dopo aver approfondito i miei studi sul concetto di genere, e il mio relativo coming out come persona non binaria, ho finalmente aperto gli occhi sulla prigionia binaria dell’industria della moda. Maschio, femmina, punto. Mi ricordo le prese in giro spese per un mio amico che aveva azzardato mettersi una camicia rosa. Anche i colori, soprattutto i colori, non sono per tuttx.
Ci vuole poco a sentirsi sconfitti di fronte a un sistema più grande di noi, e così si stendono davanti a noi due strade: rassegnarsi o lottare con scarse probabilità di vincere. Mettere tutta la responsabilità sull’azione del singolo è il modo più semplice per liberare i potenti da ogni tipo di colpa, ma è una strategia fallace. Questo significa quindi che le mie azioni non contano? Se io decidessi di dare un esame senza aver mai aperto un libro, nove su dieci, sarei bocciato, le mie azioni avrebbero quindi un risultato immediato. Ad ogni azione corrisponde una reazione, anche quando non è visibile, tangibile, afferrabile. Rendersi conto che la propria esistenza ha un peso nel mondo fa paura.
Con il termine “fast fashion” si intende quel settore dell’abbigliamento che produce abiti di bassa qualità a prezzi stracciati.
Ciò che lo caratterizza è anche e soprattutto la velocità con cui lancia nuove collezioni. Vestiti sempre nuovi a prezzi accessibili e disponibili su ogni angolo del pianeta, fantastico no? Eppure, mia madre mi ha sempre detto di non fidarmi mai delle cose che luccicano troppo. In un mondo dove l’acqua è praticamente un bene di lusso, come è possibile che queste aziende possano permettersi di vendere a prezzi così bassi i loro prodotti?
Quel che noi non paghiamo, è pagato da qualcun altro. Una maglietta a basso costo significa una produzione a basso costo. Se la maglietta che ho scelto costa 5 euro, quanto è stato pagato il lavoratore? E il tessuto? E quali tecniche di produzione sono state usate? Quali sostanze chimiche sono state utilizzate? Se di magliette come la mia ce ne sono miliardi, quando arriverà la prossima collezione, dove andranno a finire quelle invendute? Basta una veloce ricerca su Google per trovare la risposta a queste domande, ma vi assicuro che quello che scoprirete, non vi piacerà.
La “slow fashion” è l’antitesi del danno.
Una proposta diversa, dove l’unicità e la cura del pezzo costituiscono il cuore del suo fascino. Ridimensionare il proprio rapporto con il consumo non è certo un compito semplice quando la totalità della nostra esistenza è rivolta alla novità. Così, noi poveri ingordi, ci lasciamo traviare da qualsiasi cosa brilli. Sono stato educato a credere che non si potesse mettere lo stesso vestito per due giorni di fila, che i pantaloni dell’anno scorso andavano buttati, che la camicia della vecchia collezione puzzava di stantio. Mi sono abituata a valutare ogni cosa sulla base di ciò che pensavano gli altri, comprando ciecamente, impulsivamente, sperando così di stare al passo. Ma al passo con chi? Come possiamo pensare di vincere se il nostro avversario è un’automobile e noi siamo a piedi?
BENNU ha capito in che direzione stavamo andando, ci ha sentiti affannati, confusi, persi e ha così deciso di ribellarsi. Creando vestiti che hanno una storia, dando nuova vita a qualcosa che doveva essere per sempre dimenticato, spezzando le regole del genere per creare dei capi rivolti a tuttx.
Cosa differenzia l’espressione dall’identità di genere?
Fondamentalmente, l’identità di genere è il genere a cui senti di appartenere e non sempre corrisponde al sesso assegnato alla nascita. L’espressione di genere si posiziona su un altro piano, si tratta infatti di come decidiamo di presentarci al mondo tramite strumenti, come vestiti, makeup, taglio di capelli, linguaggio del corpo e in generale ciò che chiamiamo “apparenza”. Le modalità che utilizziamo per esprimerci possono o meno combaciare con il genere in cui ci riconosciamo. Come può un settore come la fast fashion, dove la quantità conta più della qualità, prendersi cura della nostra molteplicità? Non può e non vuole. Fondandosi sui grandi numeri, eliminiamo automaticamente tutte quelle identità non conformi che stanno ai lati della carreggiata.
Sono anni ormai che mi chiedo come sia possibile che un oggetto inanimato abbia un genere, com’è possibile che un pezzo di stoffa possa essere vietato a un’intera categoria di persone?
Questo separatismo è ciò che aiuta il sistema a funzionare, perché se ci sono delle categorie definite, ci sarà sempre una classe che vale più di un’altra e questo fa sì che il potere possa così liberamente esercitarsi, basandosi su principi biologici. Ora chiediamoci, nel 2021, possiamo ancora credere al determinismo biologico? I vestiti, come le emozioni, appartengono a tutti. Le lacrime non sono femminili, sono umane, le gonne, non sono da ragazza, sono universali. Cosa mai dovrebbe succedere, se ognuno di noi iniziasse a vestirsi come più gli piace senza seguire una regola prefissata? Qual è la cosa peggiore che potrebbe pararsi davanti ai nostri occhi se un ragazzo uscisse con lo smalto e l’eyeliner? Le definizioni di donna e uomo con cui ci hanno cresciuto sono comode, perché danno sicurezza, ma è una certezza illusoria, che traballa appena qualcuno osa rompere l’ordine prestabilito. Il problema è che chi rompe la norma, coloro che sfidano il potere, rischiano, tanto, ogni giorno. 
BENNU questo l’ha capito e ha deciso di creare un brand svincolato da generi e taglie, “recuperando dal passato per proteggere il futuro”. Non possiamo restare indifferenti, non è abbastanza, chiudere gli occhi e vivere tranquilli nel nostro orticello, non finché là fuori c’è una guerra. Siamo parte attiva del gioco, che noi lo si scelga oppure no, e in quanto parte attiva dobbiamo scegliere da che parte stare. Ma attenzione, chi avesse l’illusione di non aver preso posizione, è ora che si guardi intorno, perché il silenzio è di per sé una scelta.
di Luce Scheggi

Luce 23 anni è attivista non binary intersezionale. Indossa un gilet sartoriale vintage reinterpretato da BENNU con applicazioni oro all over. 
Tutti i capi della collezione Spring Blossom sono disponibili qui.